VITTIME GIUSTIZIA MINORILE: SIT-IN 22 APRILE A ROMA DOPO IL BLITZ DI LATINA

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fonte Facebook

Il Comitato Vittime Giustizia Minorile organizza un sit-in per esprimere la propria condanna nei confronti dei metodi usati dal Tribunale dei Minori di Roma in diverse occasioni.Il blitz di Latina in cui per prelevare un bambino e portarlo in una casa famiglia strappandolo alla madre, sarebbero stati usati più o meno 14 agenti, è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti che hanno l’unico risultato di causare ulteriori traumi a bambini che ne hanno già subiti a causa di separazioni conflittuali, violenze o maltrattamenti. Il prelevamento in questione, alla fine di una giornata convulsa, non è stato possibile perchè il bambino è stato colto da gravi malori per i quali è stato necessario accompagnarlo al pronto soccorso.Dopo una notte completamente in bianco, il bambino è stato visitato nuovamente il giorno dopo. Vi invitiamo a protestare pacificamente contro questo modus operandi e a partecipare, sia che siate vittime voi stessi o che vogliate supportare questa causa in favore dell’infanzia. L’evento del Comitato Vittime Giustizia Minorile, appoggiato dal Movimento Infanzia Lazio,  è organizzato da Carlo Stasolla, mentre il portavoce del Comitato è Roberta Lerici.  Per comunicazioni e domande inerenti all’iniziativa scrivere a “roberta.lerici@yahoo.it”

LATINA, BIMBO CONTESO: OTTO ANNI, TRATTATO COME UN BOSS


Ecco un articolo del giornale Latina Oggi, allegato a Il Giornale, in cui si descrive l’incredibile mattinata vissuta dai familiari di questa mamma a cui il Tribunale dei Minori di Roma,vuole portare temporaneamente via il bambino, in attesa che si raggiunga un accordo per le visicon il padre.La madre in questo caso non ostacola affatto le visite con il padre del bambino, in quanto è il bambino che rifiuta di vederlo.E allora, la cosa più semplice sarebbe quella di fornire al bambino il supporto di uno psicologo in modo da individuare le cause della sua avversione per il padre e cercare di superarle. Il Tribunale dei Minori di Roma, invece, ha deciso di collocare il bambino in una casa famiglia e di vietare qualsiasi rapporto con la madre e i suoi familiari.Nello stesso decreto si stabilisce anche che debba lasciare la sua scuola e i suoi compagni, visto che la casa famiglia a cui è destinato si trova a Roma, mentre la famiglia abita a Sezze.

Una decisione che lascia davvero senza parole per la sua crudeltà.Non è, però, purtroppo l’unico caso in cui senza un valido motivo si separano i figli da un genitore con il quale i bambini hanno un forte legame affettivo.Abbiamo seguito altri casi simili e continuiamo a chiederci perchè una giustizia che dovrebbe essere dalla parte dei minori, finisce per causargli traumi ben più gravi di quelli dovuti alle separazione dei genitori.

I bambini che vivono già con un solo genitore, infatti, finiscono per ritrovarsi del tutto orfani per mano di quelle stesse istituzioni che dovrebbero mettere il loro interesse al centro di qualsiasi decisione.
Per stigmatizzare la violenza di questi provvedimenti e i danni che possono creare ai minori che li subiscono, è nato il COMITATO VITTIME DELLA GIUSTIZIA MINORILE, che farà un sit-in di fronte al Tribunale dei Minori il 22 aprile 2010, dalle 10, 30 in poi.
L’iniziativa non vuole entrare nel merito dei singoli casi, ma costituire un momento di riflessione e ripensamento sul genere di tutela che deve essere riservata all’infanzia che arriva suo malgrado nelle aule giudiziarie.

I bambini vanno ascoltati, e troppo spesso non lo sono.Vanno rispettati, e troppo spesso vengono calpestati. Vanno compresi a aiutati quando mostrano sofferenza e disagio, mentre in molti casi l’iter giudiziario peggiora il loro stato di salute psicofisica.Ma soprattutto i bambini hanno bisogno di amore, e questo non può essergli negato per decreto.

Uomini che uccidono le donne: una vittima del partner ogni 48 ore

Italia prima in Europa per i reati commessi in famiglia

Più del 50% degli omicidi avviene durante la separazione

di Maria Lombardi

ROMA (6 aprile) – Luana e Beatrice volevano andar via, lasciar morire due amori finiti e continuare a vivere. Non ce l’hanno fatta, uccise nello spazio di una festa da chi voleva fermarle, la paura dell’abbandono più forte dell’amore e della pietà. Luana, 27 anni, non voleva più Luca e l’aveva detto, lui l’ha soffocata nella casa nuova di Noventa Vicentina e poi ha vegliato il corpo. Anche Beatrice a 36 anni forse cercava una vita nuova, lontano dalla casa di Obino (Lugano), Marco l’ha colpita alla nuca «per gelosia», ha confessato, e poi gettata nel lago di Como.

E’ in quella zona grigia del rapporto che si va frantumando che si consumano il maggior numero dei delitti passionali. E’ nella fase dell’abbandono e delle separazioni che le donne sono più esposte alla violenza. «Il 55% degli omicidi si verificano durante il periodo di crisi massima, quando ci si sta separando ma non c’è stato ancora un giudizio», spiega l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente nazionale dell’Associazione matrimonialisti italiani. «Una forma di vendetta inconsapevole», per Anna Bravo, studiosa di storia del femminismo. «Di fronte alla paura di perdere il controllo, di fronte alla crescita della compagna o della moglie, gli uomini usano lo strumento in cui sono più forti: la violenza fisica».

Due delitti passionali a Pasqua, e forse non è un caso: le feste che una volta univano adesso lacerano, qualche giorno insieme e i conflitti esplodono. I tempi si dilatano e anche la rabbia. «Emerge in tutta la sua forza la disabitudine alla comunicazione e il delitto è la soluzione più veloce», la psicologa Vera Slepoj è convinta che gli omicidi in famiglia sono destinati ad aumentare. Le feste accelerano le crisi, il 40% delle separazioni, calcola l’avvocato Gassani, «vengono richieste dopo Ferragosto e Natale».

Un omicidio in famiglia «ogni due giorni, due ore, 20 minuti e 41 secondi. Nel 2008 si è registrato un 3% in più rispetto all’anno precedente. Ma l’andamento è oscillante, non possiamo parlare nel complesso di aumento dei casi», è l’opinione del professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e psicoterapeuta, titolare della cattedra di psicopatologia forense alla Sapienza. Il movente? «E’ passionale nel 25,9% degli omicidi», spiega il professore. «Seguono le liti, nel 21,8% dei casi, i disturbi psichici, 16,15 %, e le ragioni economiche, 8%», aggiunge il professore. Oltre la metà delle donne (il 66%) viene uccisa con la pistola, moltissimi abusi (il 40%) sono commessi durante la prima gravidanza.

L’Italia al primo posto in Europa per il numero dei reati che si commettono in famiglia. «Colpa anche della lunghezza del processo per ottenere il divorzio che esaspera gli animi. Non c’è mediazione familiare ma un processo cattivo che incattivisce gli ex coniugi», sostiene Gassani. Non è un caso se 20 anni fa si contavano 400mila matrimoni e oggi 220mila, uno su tre finisce in tribunale. E la deriva della violenza riguarda un po’ tutte le coppie, «i coniugi, ma anche i conviventi e si registra un numero crescente di aggressioni tra le coppie omosessuali», secondo il matrimonialista.

E tante volte le violenze diventano segreti, per sempre vergogna, la vittima condannata a restare tale: solo il 4% delle donne maltrattate, picchiate, offese o stuprate trova la forza di denunciare. E chissà se quella donna avesse detto, se qualcuno avesse chiesto aiuto. «Dietro tante tragedie familiari c’è un passato di violenze finite sotto silenzio. E’ dimostrato che più della metà dei delitti commessi in famiglia era annunciato e che pertanto si poteva evitare se le vittime non fossero state lasciate sole», sostiene il presidente dell’Ami.

Ma c’è il silenzio e la paura: il 93% delle violenze commesse dal marito o dal compagno vengono taciute. Accade in famiglia, quasi sempre, e si tende a sottovalutare. Poche donne (appena il 18%) considerano la violenza un reato, per la gran parte (44%) è «qualcosa di sbagliato», o «qualcosa che è accaduto» (36%).

Più morti in famiglia che per mano delle cosche: mafia, camorra e ‘ndrangheta messe insieme. Famiglie sempre più ”malate” e sofferenti da seguire, sorvegliare, curare prima che il malessere porti morte. Gli omicidi familiari sono circa duecento l’anno, sempre di più (Istat). Così pure il 91,6% degli omicidi-suicidi avvengono in famiglia, ogni dieci giorni un padre, un marito, un fidanzato (è un lui nel 93% dei casi) pianifica una strage. I casi nel 2008 sono aumentati del 28%, le vittime sono state il 68% in più. Omicidi annunciati, il più delle volte.

il messaggero 8 aprile 2010

MARTA,UCCISA DAL LAVORO NERO A 22 ANNI:CONFEZIONAVA UOVA A 5 € L’ORA

06.04.2010 04:18

Fine orribile di una 22enne nel Pavese: è rimasta impigliata nell’ingranaggio del nastro trasportatore. Inutili i soccorsi. Il padre: sognava un posto stabile

OTTOBIANO (Pavia), 3 aprile 2010 – UN DIPLOMA chiuso nel cassetto e pochi euro guadagnati in nero. Tanto, doveva essere un’occupazione temporanea quella di Marta Lunghi. Un lavoretto da fare per non stare a casa inoperosa, in attesa di un posto regolare, stabile. Ma quel lavoretto è durato 20 mesi e il posto per la 22enne di Ottobiano, piccolo centro della Lomellina, non arriverà più. Ha perso la vita nell’azienda avicola Gerlo a Pieve del Cairo, dove confezionava uova per 5 euro l’ora. I suoi sogni di giovane donna si sono fermati il 20 marzo negli ingranaggi del nastro trasportatore, quello in cui è rimasta impigliata. E si sono infranti definitivamente quattro giorni dopo, in un letto della seconda Rianimazione del San Matteo di Pavia. Ora, le indagini condotte dalla Direzione provinciale del lavoro hanno portato ad accertare che la ragazza lavorava senza un regolare contratto.

AVEVA COMINCIATO nel luglio del 2008 con un impegno saltuario, due-tre giorni alla settimana. Negli ultimi sei mesi, però, il lavoro era aumentato e Marta veniva occupata con continuità, con un solo giorno di riposo. Anche sabato 20 marzo, quello dell’incidente, si trovava regolarmente in azienda. Aveva cominciato la sua giornata da appena un’ora, quando è rimasta agganciata alla catena della macchina. Leggi il seguito di questo post »

Brescia, Retta non pagata: Mensa vietata a quaranta bambini

Il sindaco leghista Oscar Lancini

Il caso coinvolge famiglie italiane e straniere di materne ed elementari
Da oggi dovranno tornare a casa per pranzo. Il sindaco: «Sono le regole»

ADRO Una storia amara, comunque. Che ti lascia una specie di peso nella pancia, e più di un interrogativo in testa. Succede, quando di mezzo ci sono i bambini. Una storia che ricorda un po’ quella di Montecchio Maggiore, nel Vicentino, che ha contribuito non poco a incendiare gli ultimi giorni di campagna elettorale. Pure lì c’era, c’è, un sindaco leghista che ha dichiarato guerra alle famiglie morose, offrendo per pranzo ai loro figli solo un panino imbottito e una bottiglietta d’acqua.
Qualcosa di simile è successo anche nel Bresciano, ad Adro. O, meglio, succederà proprio oggi, primo giorno di scuola dopo le feste di Pasqua. Qui sono quaranta i bimbi di asilo ed elementari che all’ora di pranzo non si potranno sedere con i compagni: per loro niente mensa, fino a quando le famiglie non si decideranno a saldare le rette arretrate. A stabilirlo è stato il sindaco leghista Oscar Lancini, che prima delle feste ha chiesto al dirigente scolastico Gianluigi Cadei di spedire agli interessati una lettera in cui si spiega che «non sarà più possibile la permanenza a scuola dell’alunno/a nell’orario della mensa, in quanto l’organizzazione scolastica non ha nessuna possibilità e risorsa strutturale ed economica per garantire agli alunni l’assistenza ed un pasto alternativo rispetto a quello forinito dall’Amministrazione comunale con il servizio della mensa scolastica»

«Non paga lui, non pago io»
Ci si chiede: ma era proprio impossibile per l’ente pubblico riempire il buco scavato dai morosi? Secondo Lancini, sì. «Il Comune non se lo può permettere, punto e basta, e poi la mensa non è un servizio obbligatorio. All’inizio dell’anno l’associazione di genitori che gestisce la mensa ci ha fatto sapere che c’è una situazione economica praticamente impossibile da sostenere. Abbiamo sollecitato diverse volte, ma non è successo nulla. Ora i debiti sono di circa 15-20mila euro. E sono destinati ad aumentare». Secondo il primo cittadino la colpa è di quelle famiglie – circa un terzo delle quaranta totali – che non pagano la retta da più di un anno. La situazione, sempre secondo Lancini, «si è poi complicata quest’anno un po’ per la crisi economica e un po’ per emulazione. Nel senso che diversi genitori hanno deciso di smettere di pagare perchè si sentono presi in giro. Non pagano gli altri? Non paghiamo neanche noi».
«Perchè umiliare i piccoli?»
Le famiglie sono sul piede di guerra. La signora Vittoria Gandossi ha insegnato per una vita proprio in questa scuola; oggi è in pensione e dà una mano nei compiti ad alcuni dei bimbi che sono stati esclusi dal servizio. Dice: «Anche mia nipote dovrà tornare a casa, perchè mia figlia si è dimenticata di pagare la retta. Ha pagato con qualche giorno di ritardo e la bimba è stata esclusa: ma si può? Come si può pensare di umiliare una bimbetta di dieci anni davanti ai propri compagni? E lo stesso discorso, per come la penso io, vale per tutti, anche per quei bimbi i cui genitori proprio non possono pagare».
Oggi a mezzogiorno ci sarà anche lei, la signora Vittoria, insieme a quelli della Caritas e ai pensionati Cgil. Prepareranno panini e frutta per gli esclusi, anche se il sindaco non permetterà ai ragazzi l’ingresso nella mensa: «Sono sotto la nostra responsabilità, non possono mangiare cibi prodotti da estranei all’interno della struttura». Il Pd ha messo a corrente della vicenda anche l’onorevole Paolo Corsini, peraltro originario proprio di Adro, che presenterà un’interpellenza in Parlamento. Il segretario locale del Pd, Silvio Ferretti, attacca: «È una cosa vergognosa, sono bambini. Che insegnamento stiamo dando? Il sindaco non può farlo». Ma Lancini non ci sente: «Sono le regole: chi non paga, non mangia». Oggi, alle 12, la resa dei conti. Di una storia amara, comunque.

Il Giornale dio Brescia 7 aprile 2010 (Rassegna STAMPA VIVICENTRO)

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